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“Nei panni dell’altro – In Someone Else’s Shoes”: intervista a Lauraballa

La mostra “Nei panni dell’altro – In Someone Else’s Shoes” di Lauraballa e Darragh Hehir resta aperta fino a domani, 18 maggio 2012, presso la galleria Abbracadabra di Firenze (via dell’Amorino 9r).

Nei giorni scorsi abbiamo avuto l’occasione di fare una chiacchierata con Lauraballa, su come è nata l’idea della mostra, sul lavoro che c’è stato dietro, sulla collaborazione con il fotografo Darragh Hehir e su cosa la mostra ci trasmette.

Roberto Balò: Da cosa è partita l’idea della mostra?

Lauraballa: Mi sono ritrovata un pezzo di questo legno, questo cerchione qua, ce l’avevo sul tavolo, ci giocavo, era già tagliato per le prese, sai, da mettere davanti alle prese della luce. Me lo sono messo così, davanti al viso, mi sono guardata allo specchio e ho detto: “Guarda ganzo!”. E poi ho fatto il disegno.

R.B.: E ti sei fatta come Elia.

L.: Mi sa che prima ho fatto me stessa, poi ho fatto Elia, poi è venuta fuori lei, che non è nessuno, è inventata.

R.B.: Il primo quindi è un auoritratto, poi un ritratto, infine un personaggio di fantasia.

L.: Ancora non sapevo che sarebbe venuto fuori tutto questo. E poi ho fatto Stefano.

R.B.: Chi è Stefano?

L.: Leggi.

R.B. (Ogni maschera ha una descrizione della persona alla quale è ispirata) Stefano 29 anni, vergine, cuspide bilancia… Senti e cosa c’entra il segno zodiacale?

L.: Lo sai che m’interessa l’astrologia. Se conosci il segno qualche caratteristica generale la puoi intuire e se gli interessa l’astrologia magari riesci meglio a metterti nei suoi panni.

R.B.: Ma dici che c’entra qualcosa davvero il carattere con l’astrologia?

L.: Certo. Secondo me sì. Io le trovo delle affinità: dal segno, per esempio, aiuto i clienti a scegliere i quadri per gli amici!

R.B.: Non è che uno trova quello che cerca?

L.: Non credo.

R.B.: Sai a volte uno cerca qualcosa e poi lo trova? A volte succede. Come quando cerchi una risposta in un libro e poi la trovi.

L.: Tu dici? Sì è così. È come quando pensi alle cose intensamente e poi si realizzano, no? Se te pensi a un’idea e l’associ a un’energia, a una sensazione molto positiva, questa cosa a furia di pensarla si realizza. Il pensiero può essere realtà.

R.B.: Quindi il caso non esiste!

L.: Niente o quasi è dato dal caso… Forse, diciamo che mi diverte di più pensarla così.

R.B.: E la maschera? Visto che hai lavorato con le maschere, che cos’è la maschera?

L.: La maschera… non l’ho mai compresa a fondo come oggetto, fino a quattro o cinque anni fa… infatti non sono mai riuscita a divertirmi a Carnevale, a mascherarmi. Poi ho cominciato a considerarla quando ho iniziato a pensare seriamente a come le persone si nascondono. E ho cominciato a dipingere diversi quadri con le maschere. Queste qui che sto facendo ora, secondo me, non sono maschere, sono antimaschere, perché non nascondono, ma amplificano chi sei. La maschera è tradizionalmene usata per essere qualcun altro.

R.B.: Invece queste qui disvelano, tirano fuori l’essere. Di solito nelle maschere gli occhi sono delle fessure, queste lasciano gli occhi ben visibili, e gli occhi rivelano molto.

L.: Sì, infatti le aperture sono molto grandi. Per me la cosa importante è che la persona che si mette dietro queste maschere riesca a vedere il mondo con gli occhi della persona che indossa: gli occhi sono diventati suoi in quel momento.  È un gioco. Secondo un’amica psicologa, invece, è come se la maschera avesse preso in prestito gli occhi da qualcuno. C’è un gioco ambivalente.

R.B.: Posso indossare quella di fantasia? Ecco mettersi dietro questa maschera, non è come mettersi dietro un quadro? Cambiare il punto di vista di chi guarda un’opera: tu sei una parte dell’opera e sei guardato. Stai dietro il quadro e ne fai anche parte. Si vede soprattutto dalle foto di Darragh. Te spettatore sei anche parte dell’opera.

L.: Sì. Sarebbe stato bello avere una parete di specchi in cui uno si poteva riflettere.

R.B.: C’è anche il gioco dell’identikit. Solo sugli occhi… E quelli? (Due grandi quadri: uno è il ritratto del padre di Laura con gli occhi di lei, l’altro rappresenta Laura bambina, ma gli occhi sono quelli di suo padre).

L.: Ero talmente concentrata a cercare di riuscire a mettere gli occhi miei dietro il ritratto di mio babbo che io stavo male. I miei occhi nella foto originale da bambina erano sgranatissimi. Ho passato un sacco di tempo a sistemarli più possibile e quando ci stavo riuscendo no! mi son detta “io quasi quasi dato che non ci riesco, prendo gli occhi di qualcun altro”. Mi sembrava una cosa così triste. Diciamo che ogni tanto mi farebbe piacere se si mettesse nei miei panni invece di essere sempre io a mettermi nei suoi! O magari lui lo fa e io non lo so.

R.B.: Invece questi due disegni intitolati Natura?

L.: Ho cercato di trovare dei simboli che rappresentassero tutto ciò che noi… dei simboli universali per mettersi nei panni dell’altro. La nascita, la natura… mancano gli animali, purtroppo. Mi sarebbe paciuto che Darragh fotografasse le maschere con gli animali dietro e  bambini. Ti rendi conto: una foto con un bambino o un cane dietro?

R.B.: E le foto come sono nate?

L.: Ho cominciato a fare ritratti a un mercatino e ho fatto le foto delle persone e poi le ho postate su Facebook. Un amico di Torino, Luca Andriolo, mi fa: “Laura queste foto sono ganzissime, perché non ti cerchi un bravo fotografo e fai una mostra?” Così ho mandato una email a Darragh che ha accettato subito. E poi abbiamo cominciato a cercare persone che avessero voglia di fare le foto. E lei è una di queste!

Samantha (una delle modelle che si sono prestate a fare le foto interviene nel discorso mentre guardiamo gli scatti di Darragh proiettati sul muro): Sembra che cambi il contesto del progetto da viso a viso, da occhio a occhio. Si vede una libertà nella ricerca… è difficile capire qual è il punto fermo dello scatto: potrebbe esserci l’attenzione sulla maschera o sullo sguardo o sulle mani… E poi è interessante, per chi lo fa, l’interazione vera e propria con la maschera. Io sono tornata a casa abbastanza stranita, te la vivi veramente, è un’installazione. Il fatto che questa maschera ha un taglio strano, non è soltanto rettangolare ma anche circolare, ci puoi mettere la mano…

L.: Ma queste sensazioni venivano anche in base alle facce che avevi sulla maschera? Perché te da dietro non la vedevi la faccia, però quando la sceglievi capivi un pochino chi avevi davanti?

S.: Io non interpretavo un ruolo, prendevo quella maschera perché mi piaceva. È ciò che proietti con lo sguardo che è bello. La maschera mi ha smascherato.

L.: L’antimaschera!

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