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Incontri con gli “Artisti a km 0”: Beatrice Gallori.

La terza artista presentata dal Museo Pecci in collaborazione con AParte per “Artisti a km 0” è stata Beatrice Gallori. Aretina di nascita, ma pratese d’adozione, l’artista ha introdotto se stessa con un incisivo show reel delle sue opere e mostrandone alcune sul palco dell’auditorium del museo. Dotata di un’energia ed un carisma senza pari, ha parlato di com’è approdata all’arte partendo da un “mondo” molto vicino alla stessa, ovvero la moda. I tratti salienti che si evincono dalle sue opere sono l’interesse per il movimento, il colore ed il rapporto viscerale con i materiali su cui interviene, siano resine o vernici. Ecco l’intervista con l’artista.

S.M. Beatrice, leggendo i tuoi cenni biografici si evince una pulsione istintiva per ciò che riguarda la creatività e l’originalità; ma quando hai capito che l’arte sarebbe stata il tuo“medium” espressivo? Il fattore scatente può essere legato ad un evento specifico?

B. G. Ritengo che essere artisti non nasca in un determinato momento della vita, ma che ci sia dentro la persona da sempre. Sicuramente io mi sono avvicinata all’arte prima attraverso la moda, poi piano piano sono arrivata alla pittura nel momento in cui quello che facevo non mi bastava più, per trovare, appunto, quelle risposte che qui non avevo.

S.M. Partendo dal riutilizzo di ciò che ti circondava, passando attraverso la monocromia, fino ad appordare alle tue ultime installazioni, come si è evoluto il tuo modo di fare arte ed il tuo mondo “artistico”? Chi sono le piccole “presenze” nelle tue “colate”?

B. G. Il mio modo di fare arte è passato attraverso varie fasi, ma ritengo che sia un percorso che nasce da dentro che si evolve e che maturi via via con il tempo… non si può arrivare alla monocromia se prima non si conoscono i colori, si arriva alla purezza solo se si è passato il caos. È come se avessi fatto una pulizia totale trovandomi sola con le mie emozioni. Per quanto riguarda le mie ultime installazioni vale la stessa regola: arrivi ad un punto e non ti basta più la tela, hai bisogno di sperimentare la terza dimensione, di far nascere completamente l’opera dalle tue mani senza supporto alcuno. Chi conosce le mie opere sa che sono monocrome e che l’unica presenza è il movimento eccetto che per le “colate” dove a volte si trovano piccole presenze umane e non. Sicuramente non posso completamente slegare la mia persona da questo mondo: noi ci siamo con le nostre debolezze ed i nostri profondi bisogni materiali.

S.M. Durante l’incontro svoltosi al Museo Pecci, hai puntualizzato che la tua ricerca verte sul movimento e sul rappresentare “fermi immagine” dello stesso: questo procedimento può riflettere un tuo bisogno di canalizzare la tua stessa energia vitale, che si è mostrata ai presenti nella sua vivacità e dirompenza?

B. G. Direi di sì!!! Quei movimenti che allo spettatore arrivano in modi diversi, rappresentando movimenti diversi per me che lavoro in maniera viscerale, rappresentano anche le mie energie. Ma vorrei sottolineare che se sono sulla tela hanno già passato diverse fasi. Mi spiego meglio: io sento, vivo e gestisco, solo dopo lavoro: se non facessi così non avrei un fermo immagine, ma la natura dirompente e la materia straripante, non un movimento gestito e canalizzato.

S.M. Esprimendoti molto attraverso i monocromi, quali sono i colori che prediligi e che valenza hanno per te?

B. G. Sicuramente i colori primari con la prevalenza del bianco, rosso e nero.

S.M. Dalla bidimensionalità alla terza dimensione: cos’ha in serbo Beatrice Gallori per il futuro?

B. G. Sono convinta che un artista è tale se ha sete e se non si ferma. Continuerò quindi la mia ricerca e lo studio dei movimenti. La vita è un fluire continuo ed infinito e quindi la mia strada è ancora lunga.

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