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Cosa vedere alla Biennale di Venezia 2019

biennale 2019

May You Live In Interesting Times è il titolo dato da Ralph Rugoff, curatore della 58esima Biennale di Venezia. Come d’abitudine ogni due anni, adgblog ha compiuto il pellegrinaggio verso la Mecca dell’arte contemporanea: ecco le nostre parziali impressioni in ordine sparso.

Giardini della Biennale

Ci addentriamo direttamente nel Padiglione centrale, fulcro della mostra, aspettandoci sorprese ed emozioni che purtroppo tardano ad arrivare. L’allestimento è bello anche se, data la presenza di molti visitatori, non è possibile apprezzarlo pienamente. C’è un buon equilibrio tra pittura, scultura, installazioni: forse un po’ troppi video (soprattutto all’Arsenale) nelle stanzette buissime e affollate, per cui ne vediamo rapidamente solo alcuni che non ci sono parsi degni di nota.

Nelle prime stanze troviamo: una Madonna inginocchiata con le mani mozzate, uno specchio particolarmente adatto ai selfie, un’installazione di un muro crollato, delle incudini senza martello, una motocicletta segata a metà e degli abitini fatti di piastrelle. Qualche bel quadro, come quelli di George Condo, forse un po’ troppo facili ma di sicuro effetto, i quadretti quasi-illustrazioni di Otobong Nkanga, l’installazione scultorea Devourement di Liu Wei. Tra le installazioni che attraggono di più l’attenzione, c’è la mucca sui binari del cinese Nabuqi (video) e il cancello dell’artista indiana Shilpa Gupta che sbatte ora da un lato ora da un altro lasciando un’impronta indelebile sul muro (video). La più inquietante è sicuramente la macchina-robot di Sung Yuan e Peng Yun, che incessantemente cerca di raccogliere da terra del liquido rosso che sembra sangue (video).

Apparentemente divertente è l’installazione Space refugee del turco Halil Altindere, che dedica una stanza alla colonizzazione di Marte da parte di rifugiati: attraverso immagini, sculture e un video, l’artista racconta la storia di Muhammed Ahmed Faris, il primo cosmonauta siriano, attualmente rifugiato in Turchia perché oppositore del regime di Assad. Faris si augura che i rifugiati, dato che non potranno tornare nel loro paese, possano almeno avere una nuova casa su Marte.

Belle le fotografie autobiografiche della giapponese Mari Katayama, che, affetta da una rara malattia, ha dovuto amputare i propri piedi, mentre la sua mano sinistra ha una malformazione. Nei suoi autoritratti si circonda di oggetti costruiti da lei stessa, sculture morbide che possono essere indossate.

Anche se forse non rappresenta una grossa novità nel suo lavoro, l’installazione fatta con tela di ragno di Tomás Saraceno è di sicuro effetto.

Padiglioni nazionali

Usciamo e incontriamo subito un’installazione vivente: due gentilissime signore vestite di bianco che ci ricordano che dobbiamo morire.

Il Belgio presenta l’installazione degli artisti Jos de Gruyter & Harald Thys dal titolo Mondo cane che ha vinto la menzione speciale per le partecipazioni nazionali: più che un’opera d’arte sembra un’imitazione di Madame Tussauds, con automi in movimento, voci e suoni che dovrebbero spaventarci, ma forse anche farci ridere. Insomma, un’attrazione da luna park.

Il padiglione della Polonia non è consigliabile a chi a paura di volare, infatti vi si trova un aereo completamente rovesciato, cioè il dentro è fuori: sembra un disastro aereo, ma è solo un’inversione del punto di vista.

Gli Stati Uniti presentano le installazioni astratte Liberty di Martin Puryear che rappresentano delle meditazioni sulla libertà come tema essenziale per l’essere umano: purtroppo non ci dicono un granché.

Dimenticabile il padiglione della Germania, imbarazzante quello di Israele, in cui è stata ricreata una clinica ospedaliera. Il Canada presenta un video e una mostra sugli Inuit: tutto bello, ma è un documentario di antropologia che ha poco a che fare con l’arte. In Brasile, per la serie auto-referenzialità, che non manca mai nei padiglioni nazionali, si balla con Swinguerra, due bei video che starebbero bene su Youtube, mentre qui ci dicono poco. I padiglioni di Francia e Gran Bretagna sono inaccessibili, date le lunghe code.

Arsenale

Quasi tutti gli artisti presentati nel padiglione centrale dei Giardini si trovano anche qui: una scelta interessante voluta dal curatore per poter mostrare più lavori e per dare ai partecipanti la possibilità di confrontarsi con tecniche e spazi diversi, tuttavia la sensazione di déjà-vu non ci abbandona mai. Anche qui lavori meritevoli, come i quadri di Condo o le opere fatte con tappi di bottiglia e filo di rame del ghanese El Anatsui, sono mescolati a cose abbastanza inutili come le sedie dalle gambe lunghe, le torrette da bagnino, il mercatino con i prodotti di carta.

L’artista delle Bahamas Tavares Strachan rende onore all’aspirante astronauta Robert Henry Lawrence Jr, il primo afro-americano selezionato nel 1967 per un viaggio nello spazio: purtroppo quello stesso anno morì in un incidente aereo. La scultura al neon Robert è una drammatica riproduzione del suo scheletro.

Un importante lavoro contro la guerra è quello dell’artista e compositore Christian Marclay, 48 War Movies che riesce a generare un immane caos sonoro e visivo sommando 48 film di guerra.

All’esterno si trova il chiacchierato e criticato barcone affondato nel canale di Sicilia nel 2015 dove sono morti centinai di migranti.

Il padiglione Italia di Milovan Farronato, modellato sulla forma di un labirinto, presenta i lavori di tre artisti, due donne e un uomo: Liliana Moro, Chiara Fumai e Enrico David. Non c’è un percorso predefinito, ci si perde nei meandri del labirinto finendo in vicoli ciechi e incontrando, quasi a sorpresa, le opere dei tre artisti. Una passeggiata ricca di piacevoli scoperte.

Personal structures

Immancabile la visita a Personal structures nelle due classiche sedi, quella Palazzo Bembo e Palazzo Mora. Un caleidoscopio di colori, una quantità enorme di lavori, quasi una seconda Biennale. Tra artisti di fama mondiale, quali Araki e Yoko Ono, incontriamo interessanti lavori di artisti meno noti ed emergenti. Uno tra tutti il colombiano Federico Uribe che con Plastic reef ricostruisce, riciclando pezzi di plastica, la vita di una barriera corallina: un lavoro molto grande e meticoloso che sottintende un forte e chiaro messaggio ecologista.

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