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Non è bello ciò che è bello… La Biennale di Venezia 2015 secondo noi – Parte 1

collageesternibiennale

C’è ancora chi va alla Biennale di Venezia e ci rimane male perché c’è poca pittura, anzi Pittura con la P maiuscola: ma dico io, non potete andare a vedervi i tanti Tintoretto e Canaletto che ci sono in città? C’è chi si lamenta che l’arte contemporanea non si capisce ed è costretto a leggere la nota introduttiva del curatore: bene, allora spiegatemi il significato della Venere di Botticelli, quella tizia bionda seminuda che fa surf su una conchiglia mentre due guardie del corpo le soffiano alle spalle e un’altra tizia vestita come un prato l’aspetta per coprirla… Siete rimasti indietro, l’arte come la pensate è finita almeno cento anni fa. Adesso fate un piccolo sforzo oppure restatevene a casa o al limite andate agli Uffizi.

Tolto questo sassolino dalla scarpa passiamo a raccontare ciò che ci è piaciuto sempre tenendo presente ciò che abbiamo detto riguardo alla curatela di questa Biennale.

Padiglioni nazionali in città

zimbabwe

Chikonzero Chazunguza | Masimba Hwati | Gareth Nyandoro

1. Purtroppo ne abbiamo potuta visitare solo una minima parte data la mancanza di tempo e la stanchezza da passo veneziano. Il numero uno, imperdibile, è il padiglione dello Zimbabwe che presenta Pixels of Ubuntu/Unhu. Già nella scorsa edizione lo avevamo segnalato: quest’anno presenta tre artisti, uno migliore degli altri. Il tema su cui si cimentano è l’impossibilità di vivere isolati dagli altri: Unhu/Ubuntu sono dei valori tradizionali che si riferiscono alla percezione ontologica del sé, della famiglia e delle sue relazioni tra l’io e gli altri, “I am because we are” (sono perché siamo) e ancora più precisamente “if you don’t exist or I don’t acknowledge you, then I cease to exist” (se non esisti o non ti riconosco allora smetto di esistere). Tre artisti lavorano su questo tema: Chikonzero Chazunguza che presenta dei bellissimi lavori tra disegno, pittura e stampa; Masimba Hwati con una serie di opere di tradizione pop sperimenta sul simbolismo degli oggetti e su come vengono percepiti; Gareth Nyandoro, interessato ai mercati e luoghi pubblici, presenta grandi opere in cui unisce con grande effetto le tecniche del collage e del décollage unite dall’uso dell’inchiostro.

ecuadorcollage

Maria Veronica Leon Veintemilla – Gold Water: Apocalyptic Black Mirrors

2. Il padiglione dell’Ecuador, presso l’Istituto S.Maria della Pietà affida le sue quattro sale alla poliedrica artista Maria Veronica Leon Veintemilla: installazioni audio-video, disegni, foto e oggetti si fondono in un “tecno-teatro” dove l’elemento acqua fa da collante. Particolarmente suggestive le foto della serie Gold Water: Apocalyptic Black Mirrors ispirate alle due principali fonti naturali della ricchezza ecuadoriana, l’acqua e l’oro.

personalstructurescollage

Katrin Fridriks | Arnix Wilnoudt | Vitaliy & Elena Vasilieva

3. La grande collettiva Personal Structures a Palazzo Bembo non ce la perdiamo mai. Quest’anno ci è sembrata un pochino meno coinvolgente, ma forse solo perché quando l’abbiamo visitata era ancora in fase di allestimento e tecnici e artisti stavano ancora alacremente lavorando. Di grande effetto ottico l’installazione di Katrin Fridriks Gene&Ethics – Master Prism con la grande lente d’ingrandimento che acuisce e distorce la visione; suggestive ed estranianti le sculture en abyme di Guillaume Lachapelle; la foto di Vitaliy & Elena Vasilieva con il grande ammasso di corpi fangosi che sembra una battaglia scolpita a bassorilievo su un frontone di un tempio; divertenti e inquietanti le teste di maiale dell’artista olandese Arnix Wilnoudt che abbiamo avuto il piacere di conoscere. Un sacco di cose da vedere e su cui riflettere, un’oretta da spendere volentieri.

wutienchang

4. A palazzo delle Prigioni Wu Tien-chang presenta per il padiglione di Taiwan Never Say Goodbye, due grandi installazioni light-box e una complicata video-installazione che ricrea una sorta di scena teatrale tipicamente orientale in cui viene proiettato un video ipertecnologico. I suoi personaggi indossano delle sottili maschere fatte con una membrana di pelle artificiale e raccontano delle storie interpretando delle canzoni (tradizionali?). Non imperdibile, ma se si ha un po’ di tempo val la pena fermarsi.

fagen

Graham Fagen

5. Ancora un evento collaterale: Scotland + Venice a Palazzo Fontana in zona Cannaregio dove l’artista Graham Fagen esibisce un nuovo corpus di lavori che include sculture, disegni e un’installazione audiovisiva. Abbiamo avuto la fortuna di capitarci proprio mentre l’artista spiegava il proprio lavoro: Rope tree, una scultura monumentale in bronzo che accoglie i visitatori nella prima sala rappresenta il radicamento del suo lavoro al terreno mentre le corde rappresentano il lavoro stesso. Nella seconda sala si trova una divertente serie di disegni a inchiostro indiano tracciati intuitivamente mentre l’artista con la lingua sente la parte interna ed esterna dei propri denti. L’installazione nell’ultima sala è ipnotica: Fagen ha messo insieme una compositrice, Sally Beamish, i musicisti dello Scottish Ensamble e il cantante reggae Ghetto Priest e attraverso cinque canali audio e quattro video reinterpreta The slave’s lament, una poesia di Robert Burns. La musica è un perfetto mix di canzoni folkloristiche scozzesi, musica classica e reggae: come diceva Faghen durante la presentazione “cosa sono le radici? dentro di me c’è più la musica reggae che quella classica o folk della mia cultura di origine.”

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