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L’italiano con i peccati

Il peccato in molte religioni è un’azione in contrasto con la propria coscienza e con i principi riconosciuti dalla propria comunità religiosa.

Nella religione cristiana (che, essendo la religione più diffusa in Italia, ha influenzato la lingua e la cultura del paese) vi sono diversi tipi di peccati, tra cui quelli chiamati 7 vizi capitali:

  1. Superbia; oggi diciamo anche arroganza.
  2. Avarizia; da qui l’aggettivo avaro, nel linguaggio parlato tirchio, taccagno.
  3. Lussuria; da qui l’aggettivo lussurioso. Oggi si parla anche di “sessodipendenza”, che però ha una connotazione patologica e non più religiosa.
  4. Ira; possiamo anche dire rabbia, furia o collera, da cui derivano gli aggettivi arrabbiato, infuriato,collerico; e i verbi arrabbiarsi, infuriarsi.
  5. Gola; da qui l’aggettivo goloso e l’espressione “fare gola”. Esempi: “Sono goloso di dolci”, “Quel dolce mi fa gola”.
  6. Invidia; da qui l’aggettivo invidioso e il verbo invidiare, nonché l’espressione “verde d’invidia”.
  7. Accidia; parola caduta in disuso. Oggi spesso sostituita con “depressione”, che però ha una connotazione patologica e non più religiosa.
In italiano vizio significa anche cattiva abitudine. Esempio: “Luisa ha il brutto vizio di alzarsi sempre tardi”.
Una persona viziata è invece una persona che non ha ricevuto una buona educazione ed è sempre stata accontentata nei propri capricci: “quel bambino è davvero viziato”.
Peccato si usa anche per esprimere un rimpianto per una cosa che non si è potuto fare, ma si sarebbe voluto fare, come nella frase: “Ieri non sono potuto andare al cinema, che peccato! C’erano tutti i miei amici.” In questa accezione “peccato” può anche essere seguito dal congiuntivo: “Che peccato che tu non sia potuto venire alla festa ieri sera”. Esiste infine il verbo “peccare“, che significa commettere peccato, essere colpevole di (spesso seguito dalla preposizione di, come nella frase: “il presidente ha peccato di arroganza”) nonché l’aggettivo peccaminoso, ovvero che induce al peccato (“avere pensieri peccaminosi” è sinonimo di avere brutte intenzioni che mi porteranno a commettere un peccato)
Nella Divina Commedia Dante immagina l’inferno come un’immensa cavità conica sotterranea composta da vari cerchi (e più in basso chiamati gironi e bolge) sempre più stretti fino a arrivare fino in fondo dove risiede Lucifero. In ogni cerchio (girone o bolgia) soffrono le anime che hanno commesso un particolare peccato (i cosiddetti “peccatori“), ad esempio che sono state nella loro vita mortale lussuriose o golose. Da notare che Dante ordina i peccati da quelli che secondo la dottrina cristiana del tempo erano i meno gravi (quindi più frequenti) ai più gravi (meno frequenti).
Questi sono i versi che recita all’entrata dell’inferno (Canto III):

Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente…

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