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“El chupacabras” tra realtà e finzione

Oggi parliamo di animali strani, spaventose creature in grado di succhiare (da cui il nome) e prosciugare il sangue dagli animali mordendoli sul collo. Il più famoso è il “chupacabras”, essere orrido su cui sono state spese parole e girati documentari. Mi è capitato, l’anno scorso verso novembre, in felice coincidenza temporale, di vedere proprio due di questi filmati: uno ambientato in Portorico, in cui il chupacabras era una specie di gatto nero dalla dentatura a sega, brutto fuor di misura; e l’altro, a cura della redazione della trasmissione Voyager di RAI2, ambientato nel Texas.

Proprio di questo chupacabras vi voglio parlare. Nel documentario, oltre a descrivere l’animale e a fare supposizioni sulla sua origine, se ne mostrava un esemplare morto, di cui una signora, a quanto mi ricordi, conservava la testa nel congelatore, con l’intento futuro di impagliarla (brrr!).

L’episodio mi è rimasto impresso, in parte perché credo sia normale essere un po’ increduli su certi argomenti, ma soprattutto perché a me pareva di avere già visto quell’animale in carne ed ossa. Dove? Alla casa/museo di Dolores Olmedo Patiño a Città del Messico, nella pelle di alcuni xoloitzcuintle, ossia cani nudi aztechi, che, discendenti di quelli allevati da Frida Kalho e Diego Rivera, vengono amorevolmente curati e vivono beati nel parco della suddetta proprietà. Da una ricerca ho letto che sono molti gli scettici e che altri hanno avuto modo di vedere la indiscutibile somiglianza (o uguaglianza) tra il chupacabras del Texas (futuro oggetto di arredamento) e lo xolo. Io, quindi, con la fondamentale collaborazione di Emily Horch, che studia qui all’Accademia del Giglio e che mi ha cortesemente ceduto le foto da lei scattate a Città del Messico, voglio lasciarvi liberi di giudicare: è così terrificante questa creatura, o si è solo cercato l’effettaccio?

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