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Gente del Mugello di Wilma Tognarelli

Leggere il libro “Gente del Mugello” di Wilma Tognarelli è un po’ come tornare indietro nel tempo nel nostro paese e rendersi conto che la campagna toscana, oggi meta ambita di turisti in cerca di agriturismi, era un luogo dove si lavorava duramente dall’alba del tramonto per guadagnarsi quel poco per vivere.

Wilma Tognarelli non è una scrittrice di professione, né immagino lo voglia diventare (ma chissà!), eppure ad un certo momento della sua vita ha deciso di raccontarci la sua prima infanzia e la sua giovinezza, piena di eventi, storie e persone. Leggendo il libro si capisce subito che questa voglia di scrivere non nasce certo da un desiderio autobiografico, quanto piuttosto dalla voglia di ricordare meglio e di condividere (come si fa su Facebook!) un passato che dovrebbe essere comune a molti di noi. Ecco quindi che Wilma ci guida nel suo mondo di allora con la sua scrittura semplice, schietta, spontanea, simile a quella di molti altri racconti fatti di ricordi lontani ma sempre presenti nella propria memoria, come il primo terribile ricordo di Wilma:

Il mio primo vero ricordo risale a quando avevo quasi tre anni e mi ha segnato per sempre, come un incubo che di notte torna a tormentare il sonno.
Era una calda notte d’estate, il 6 agosto 1944, quando venni svegliata da un gran fracasso: era arrivato un gruppo di soldati tedeschi armati di mitra. Aprirono con un enorme calcio la porta della camera dove dormivo, facendo tremare tutta la stanza.
Il mitra era puntato verso di noi. Nel letto c’eravamo io, la zia Norina e Dino, il suo figliolo (lo zio Beppe, il marito di Norina, era militare da oltre cinque anni e per questo ogni tanto io dormivo con loro). I soldati ci fecero capire, minacciandoci con le armi, che dovevamo raggiungere gli altri della famiglia sull’aia, tutti in fila lungo il muro.
Appena fuori, io mi precipitai piangendo in collo alla mamma. Anche lei e la zia Norina piangevano e questo mi spaventò quanto vedermi il mitra puntato contro. Avevo soltanto due anni e sette mesi ma ricordo tutto molto bene, le immagini di quella scena mi sono rimaste stampate nella mente, come tante fotografie che il tempo non è riuscito a sbiadire…

Ma qui siamo solo all’inizio. Attraverso brevi racconti, spesso corredati da foto di ieri e di oggi (tanto per non farci dimenticare che il passato non è poi così lontano, anche se il libro è scritto al passato remoto), Wilma ci presenta i suoi parenti e le loro storie, ci descrive la vita dei campi e nelle case di allora (ma lo sapevate che per fare un bucato ci volevano due giorni?), ci spiega usanze e parole ormai perdute (“imbuinare”, “le bullette”, “la roccatrice”), ci evoca sacrifici, miserie, ma anche quadri campestri e idilliaci, come i bagni estivi dei contadini  nell’acqua limpida del torrente o le prime nevicate solcate dalle impronte degli animali. Durante la sua narrazione esce fuori però anche la sua determinazione ad emanciparsi (sin da piccola!) come donna in un mondo patriarcale ormai in declino,  eppure ancora forte e a volte ottuso:

La massaia, col denaro ricavato dalla vendita delle uova, del formaggio e dei polli, comprava le camicie agli uomini due volte all’anno. Io chiedevo perché a Dino toccasse la camicia, e a me niente. La nonna rispondeva: “Questa è l’usanza.” Una risposta che, anche se ero piccola, mi sembrava del tutto insoddisfacente.

Il mondo di Wilma era un mondo dove niente era scontato: l’acqua in casa? Scordatevela! Il diritto allo studio per i bambini e la tutela dei bambini contro il loro sfruttamento? Inesistenti come nei romanzi di Dickens! E tutto questo poco più di mezzo secolo fa e non nella Londra del primo Ottocento. Una piccola lezione quella di Wilma, che non vuole affatto essere una predica, ma ci ricorda che i nostri benesseri materiali di oggi non esistono da sempre, né dovremmo pensare che ci spettino per grazia ricevuta, in questa società sempre più lacerata da altri malesseri morali.

Alla fine è appassionante vedere la giovane Wilma crescere, lottare e diventare indipendente attraverso il lavoro in fabbrica, parabola quasi della giovane repubblica italiana, che negli anni cinquanta andava consolidandosi grazie anche al boom economico. La storia siamo noi diceva in una canzone De Gregori. Wilma ce l’ha ricordato.


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