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Paolo Galletti e Sifnos: tra tradizione e modernità

Quadro di Paolo Galletti 2Quello che state per leggere è l’intervento che il sottoscritto, Roberto Balò, e Paolo Santagati hanno presentato al III Sifnean Symposium che si è tenuto dal 29 giugno al 2 luglio 2006 sull’isola greca di Sifnos. Il convegno, a cadenza quadriennale, si occupa principalmente di archeologia e storia dell’isola di Sifnos e delle Cicladi, ma ospita anche una vasta sezione dedicata al folklore e a studi diversi quali botanica, letteratura e arte. Il nostro intervento voleva dimostrare come l’isola di Sifnos abbia influenzato l’opera del pittore toscano Paolo Galletti.

L’incontro dell’artista con Sifnos è infatti uno spartiacque: da un genere di pittura definita da lui stesso geometrico-astratta, appaiono per la prima volta elementi architettonici classici che si staccano dal fondo di estesi orizzonti cromatici. Alcuni esempi di opere del primo e del secondo periodo si possono vedere su questa pagina di flickr.

L’intervento è stato possibile anche grazie all’aiuto dello staff dell’Accademia del Giglio, in particolare di Lorenzo Capanni per la traduzione in inglese e di Cecilia Pontenani, Laura Galletti, Francesco Bruni e il Professor Joseph Luzzi del Bard College di New York.

Paolo Galletti e Sifnos: tra tradizione e modernità
di Roberto Balò e Paolo Santagati

Se cerchiamo di tracciare il percorso artistico di un autore, sappiamo benissimo che ogni esperienza artistica è segnata da periodi ed eventi personali che si susseguono e influenzano, e in certi casi perfino trasformano radicalmente, le proprie opere. Se molti possono essere i fattori (storici, filosofici, religiosi) a determinare tali svolte o sviluppi, nel caso del pittore Paolo Galletti, tutto ciò è da attribuire indiscutibilmente ad un luogo: Sifnos.
Conosco Paolo Galletti ormai da diversi anni. Paolo Santagati da qualcuno in più e molto meglio di me. Ma solo poche settimane fa, dopo che gli avevo detto che avevano accettato a questo convegno il nostro abstract sul suo lavoro, mi ha raccontato del suo incontro con Sifnos. Naturalmente, come questa terra vuole da migliaia di anni ormai, non può essere stato che il Fato a farli incontrare.

È la fine di ottobre del 1987, una vacanza in Grecia con la moglie. Un tardo pomeriggio al porto del Pireo. Non hanno una meta precisa: qualcuno gli ha parlato bene di Santorini, ma a quell’ora non ci sono più traghetti per quell’isola. Alla biglietteria gli propongono di imbarcarsi sul traghetto per Sifnos o di aspettare l’indomani. Chiedono se questa Sifnos sia una bella isola e la risposta è naturalmente “sono tutte belle!”.

Quando sbarcano a Sifnos è già buio e l’illuminazione artificiale è scarsa, quasi inesistente. Prendono l’unica strada che parte da Kamares e va verso l’interno e dopo un po’ arrivano in un altro centro abitato, probabilmente Apollonia. Una signora americana gli indica un posto dove poter trovare da dormire, ancora più avanti. Così continuano per la strada buia fino a Platys Gialos. Anche qui non c’è luce ma riescono a trovare l’albergo indicato, appena finito di costruire, e rinnovano una stanza.

La sorpresa arriva la mattina, quando al risveglio, la notte si era dissolta e tutto era diventato luce. La vista era mare e rocce immersi in una luce diffusa, calda e profonda. La luce colpisce Galletti come Ulisse che esce dall’Ade o come Dante all’uscita dagli Inferi o nella visione celestiale del Paradiso (“A quella luce cotal si diventa,/che volgersi da lei per altro aspetto/ è impossibil che mai si consenta”; Paradiso, XXXIII, 100-102). La luce d’ora in poi rimane il punto di partenza e di arrivo di tutti i suoi quadri e dentro questa luce possiamo tracciare tutti i percorsi insulari di Galletti, le sue esplorazioni palmo a palmo dell’isola, dei suoi luoghi e della sua gente. Un’esplorazione che continua tutt’ora, anno dopo anno, anche qui, in questo momento alla presenza dell’Artista e che continua durante il resto dell’anno nel suo studio immerso nella rinascimentale campagna toscana. Sifnos è diventata da allora il centro della sua ispirazione, lo stimolo a ricercare, attraverso la pittura, un suo modo di comunicare sensazioni e particolari prospettive suscitate proprio da questa isola.

È da qui, da quel lontano 1987 che la pittura di Galletti subisce un profondo mutamento tematico, una decisiva svolta artistica. Da un genere di pittura definita da lui stesso geometrico-astratta, appaiono per la prima volta, infatti, colonne di templi o gradinate di teatri che tramite degli assemblaggi alcune volte si staccano dal fondo di estesi orizzonti cromatici. Altre volte, invece, emergono da uno sfondo confuso, dove il colore grattato crea una specie di patina, di velo, che oltre a suggerire l’idea di un tempo passato, fa apparire il tutto come una visione, un sogno. Elementi architettonici appartenenti alla classicità che sostituiscono, così, le sue primordiali “intuizioni prospettiche dello spazio” e che gli permettono di riproporre la grandezza del pensiero e della cultura greca riscoperti e meditati in questi soggiorni a Sifnos. Le sue geometrie astratte sono infatti un evidente rimando ed una privata rielaborazione della tradizione architettonica dell’isola (Kastro, Poulati, Aspros Pirgos…), dei suoi orizzonti e di quella sua inconfondibile atmosfera ieratica.

Sin dai titoli delle sue opere, si comprende chiaramente che si tratta di una meditata elaborazione dei suoi ricordi di viaggio, tuttavia questi lavori pur prendendo forme architettoniche classiche, riescono comunque a suscitare, ad un primo sguardo, un vero e proprio effetto straniante. Risultato che l’artista ottiene collocando queste figure in uno spazio geometricamente irreale e in una diversa dimensione temporale. Galletti ci proietta, infatti, in una concezione del tempo che non è più quella cronologicamente lineare scandita dagli anni e dai secoli, ma ci parla di quella particolare temporalità che gli antichi greci chiamavano aíon: un eterno presente, un tempo dinamico e vitale. Una Grecia quintessenziale che l’artista ha estratto dal confuso coacervo di tempo, spazio e storia. Le tele di Galletti sono fresche e limpide, pure e nude, come il mare e la luce che bagna Sifnos. Una inusuale visione che Galletti realizza non solo attraverso una sua astrazione puramente geometrica di colonne e teatri fatta di sfumature ed armonie cromatiche, ma anche e soprattutto in questo suo recente periodo pittorico, tramite una nuova prospettiva. In seguito ad una visita sulla collina di Ághios Andréas ai resti di una cerchia di mura preellenica e in particolare dopo lo stupore provato dall’altura del monte Profítis Elías, Galletti ci presenta una sua emotiva rilettura del tema dell’acropoli.

Dall’alto di una presunta roccia costituita da colore e materia (prevalentemente gesso), l’artista ci rende partecipi di una sua intima percezione, di una imperturbabile e ieratica serenità che egli avverte in questo tempo primordiale e che inevitabilmente assume come modello ideale di umanità. È per tale motivo che il significato delle colonne dei templi e delle cupole cicladiche, immagini sempre più presenti nei suoi lavori, non va ricercato nell’identificazione esatta del periodo storico e stilistico a cui appartengono, ma va sicuramente dedotto da questo imprescindibile valore simbolico, da questo senso più ampio e universale.

Sarebbe quindi riduttivo interpretare i suoi lavori e superficialmente classificarli come naturali riproduzioni paesaggistiche, perché pur raffigurando elementi architettonici immediatamente riconoscibili, non vogliono essere delle cartoline patinate e tanto meno ricercano una velleitaria perfezione estetica. Galletti, come l’«artista apollineo del sogno» di Nietzsche, ci mostra nei suoi quadri, con l’essenzialità e la luminosità di tali figure avvolte in una atmosfera onirica ed emergenti da un orizzonte di «pure e nobili linee», una vera e propria cosmogonia, una creazione di un mondo e di una civiltà ancora a misura d’uomo che nostalgicamente ci affascina e ci incanta.

Biografia
Paolo Galletti nasce a Firenze nel 1937. Affermato nuotatore a livello internazionale, partecipa a due olimpiadi: Melbourne 1956 (finalista nei 400 stile libero) e Roma 1960.
All’età di 24 anni si avvicina, da autodidatta, alla pittura.
Dopo un primo periodo figurativo, che stilisticamente potremo definire surreale, Galletti intorno agli anni Settanta si dedica ad una particolare fase di ricerca che lui stesso definisce delle «intuizioni prospettiche dello spazio».
Nel 1987, dopo un viaggio a Sifnos (isola delle Cicladi), Galletti rimane talmente affascinato dalla luce e dalla storia di questo luogo, che inizia a proporre nei suoi lavori un recupero, in chiave moderna, delle forme classiche greche, determinandone un netto cambiamento compositivo e tecnico rispetto alle precedenti forme geometriche.
Dagli anni Settanta fino ad oggi, sono state allestite molte mostre in diverse città italiane, tra cui, solo per ricordare quella più recente (luglio 2004), una personale nel Palagio di Parte Guelfa a Firenze.

1 comment to Paolo Galletti e Sifnos: tra tradizione e modernità

  • Orfini Assunta

    Egregio Maestro, mi fa molto piacere sapere, che da quella mostra novembre 70 che si svolse a Roma, e dove io acquistai una sua opera, non sia stato il capriccio di un giovane dotato di talento, ma di un vero artista che ha saputo farsi valere in molti anni di continua riucerca. SAI RAM

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