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“Vado a vivere in campagna” di Simone Giusti: colpi di zappa ben assestati

VadoAVivereInCampagna“Braccia rubate all’agricoltura” oppure “Tieni la penna come una zappa” o ancora “Studia! che la vanga è pesa” sono espressioni che avete probabilmente sentito nel corso della vostra vita scolastica. Simone Giusti, maremmano di nascita e di residenza, in questo suo ultimo libro, Vado a vivere in campagna – Fenomenologia delle fattorie sociali (edizioni effequ, 14 Euro) rovescia questi stereotipi auspicando un ritorno alla campagna, “in una qualche campagna, laddove sia possibile stare bene, semplicemente” e l0 fa usando volontariamente la penna (o forse la tastiera del suo pc) come una zappa. Non vi insegnerà a coltivare pomodori e insalate, per quello c’è già internet, ma se in un angolo più o meno recondito della vostra mente avete l’idea di darvi all’agricoltura, questo libro vi farà sentire meno stupidi e meno soli; soprattutto troverete giustificazione a quell’impulso ad armarvi degli attrezzi del contadino e ad uscire fuori dai vostri appartamenti, per iniziare a coltivare il piccolo appezzamento di terreno che avete dietro casa o l’aiuola abbandonata in un angolo nascosto del vostro quartiere.

Quello di Giusti è un ritorno, più che un’andata, verso la campagna: un ritorno prima di tutto intellettuale e poi anche fisico. Questo movimento è in atto in tutta Europa (Giusti porta l’esempio degli orti sociali parigini) da quando tutta una serie di cittadini si è resa conto che l’industrializzazione dell’agricoltura ha creato problemi alla loro stessa vita. Nascono così nelle grandi, ma anche piccole città, associazioni di persone che si mettono a coltivare piccoli lotti di terreno abbandonati. E chi non ha nemmeno questa possibilità entra in uno dei tanti gruppi d’acquisto solidale: libere associazioni di persone che hanno deciso di spezzare la catena della grande distribuzione e ricercano un contatto diretto con il produttore agricolo, il quale a sua volta adatterà la sua produzione alle esigenze dei gruppi.

Il ritorno alla campagna è anche una terapia per tante persone che hanno difficoltà nella vita e che trovano nelle fattorie sociali, se non una guarigione almeno un nuovo equilibrio psichico: ne sono esempi le organizzazioni visitate da Simone Giusti, come Fuori di Zucca che ospita una comunità di persone affette da disturbi psichici nell’ex Ospedale Psichiatrico Civile di Aversa, o NCO, (Nuova Cooperazione Organizzata), sempre ad Aversa, cooperativa sociale di tipo B che si serve dei beni confiscati alle organizzazioni criminali e la fattoria didattica Al di là dei sogni di Sessa Aurunca, anche questa sorta su terreni confiscati alla malavita.

Leggendo queste pagine, al confine tra il saggio e la memoria, Giusti ci fa intravedere un modo alternativo di (ri)vivere la campagna attraverso un approccio nuovo, distante da quello dei nostri nonni o genitori, ma anche diverso da quello della nostra gioventù. Una campagna moderna che ha bisogno comunque di tradizioni: “se tu volessi andare a vivere in campagna, quindi”, dice l’Autore, “non dimenticare i tuoi libri, i tuoi dischi, un buon collegamento a internet. E studia, leggi, ascolta, conversa, senza mai trascurare il canto e il ballo.”

Il libro si conclude con una sezione di contenuti speciali formata da ascolti, letture e visioni in cui viene brevemente analizzata un’opera, riportato un brano o un dialogo o dei versi spiegando il perché della scelta: dieci schede tra cui troviamo il film Una storia semplice di David Lynch, il disco Harvest di Neil Young, Rousseau, Stern, i CSI, Lansdale, Filippo Gatti, Giovanni Nadiani, Henry D. Thoreau e Alberto Caeiro. Per finire, il lettore è invitato a completare la propria scheda. La mia contiene un brano di Pasolini tratto da uno dei suoi articoli più noti in cui parla della scomparsa delle lucciole.

L’articolo delle lucciole di Pier Paolo Pasolini | Un saggio

Il senso

Questo brano, decontestualizzato dall’articolo in cui Pasolini parla dell’Italia pre e post fascista, acquista una sua aura poetica e un’autonomia propria. Partendo da un apparentemente piccolo disastro ecologico ci viene comunicato un senso di ineluttabilità: il tempo che passa, la civiltà che “avanza” inesorabilmente, il cambiamento stesso dell’uomo che non si riconosce nel proprio passato. Io però le lucciole le ho viste, me le ricordo bene ed erano gli anni settanta, e quando mi capita di rivederne qualcuna, i “bei rimpianti di una volta” mi affiorano alla mente. E oggi che vedo sempre più persone consapevoli e attente al loro stile di vita, impegnate in GAS o in associazioni che si occupano di ambiente, di disagio sociale o quant’altro, mi sembra di rivedere le lucciole tornate a illuminare il sentiero che ci riporterà ad essere, come diceva il poeta Salvatore Toma citato da Giusti, “vegetali e liberi”.

La scelta

“Nei primi anni sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria, e, soprattutto, in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più. (Sono ora un ricordo, abbastanza straziante, del passato: e un uomo anziano che abbia un tale ricordo, non può riconoscere nei nuovi giovani se stesso giovane, e dunque non può più avere i bei rimpianti di una volta).”

Le informazioni

Il vuoto del potere, ovvero L’articolo delle lucciole, di Pier Paolo Pasolini dal “Corriere della sera” del 1° febbraio 1975. Questo e altri articoli sul tema della società italiana degli anni ’70, scritti da Pasolini per diversi quotidiani, sono raccolti nel volume Scritti corsari edito da Garzanti.

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